Pubblicato da: artemisianet | novembre 15, 2011

Monte San Calogero

di Giuseppe Ippolito

Euraco è l’antica denominazione del Monte San Calogero, complesso rilievo carbonatico sulla costa settentrionale siciliana tra i fiumi Torto e San Leonardo. Porta Euracea è ancora oggi l’uscita dalla città di Termini che si apre verso il monte. Gli abitanti delle piane frequentano da sempre il San Calogero e i rilievi limitrofi per attività agricole e pastorali e per qualche tempo anche per un percorso devozionale alla chiesa dedicata al santo omonimo che sorgeva proprio sulla cima e di cui oggi non resta quasi nulla. Al posto del santuario è una piccola popolazione di antenne radio, alcune delle quali montate e smontate periodicamente in occasione di manifestazioni automobilistiche sulle strade di montagna, eredi del filone della targa Florio. La possibilità di viaggiare intorno senza ostacoli delle onde radio è proporzionale all’ampiezza del panorama che si gode dalle cime e dalle creste del massiccio. Il panorama sulla costa, sulle valli, sui rilievi intorno, si accompagna allo straordinario scenario delle rocce verticali, dei pascoli, della macchia, dei lembi di bosco e la sensazione continua di essere in un luogo non comune e non semplice. Monte San Calogero ha un contingente vegetale endemico di una quarantina di taxa su oltre seicento censiti ed è una estesa area seminaturale con zone di maggiore pregio naturalistico (subnaturali) sulle superfici meno accessibili. Dal 1998 è istituita a tutela di questo territorio la Riserva Naturale Orientata Monte San Calogero gestita dall’Azienda Foreste.

La visita

L’ascesa classica al Monte San Calogero si svolgeva un tempo da Termini Imerese con un percorso lungo ed articolato. Attraversato il Vallone Barratina, poco dopo la Porta Euracea, si procedeva verso sud tra orti e uliveti aggirando i contrafforti rocciosi verticali del versante occidentale e passando in successione il Piano della Pernice e il Piano S. Maria fino alla Masseria omonima. Oggi si preferisce raggiungere il Piano S. Maria dalle campagne di Caccamo, antiche mulattiere, oggi in parte carrabili, che portano in Contrada San Nicola passando dalla piccola edicola dedicata alla Madonna di San Nicola e proseguono fino a Casa Ribaldo sul Piano S. Maria. Per una partenza a piedi da Caccamo il percorso più logico attraversa la Contrada San Rocco, le pendici meridionali di Monte Rotondo, Coste Piane, Casa Romeo e ancora Casa Ribaldo. Alcune vecchie guide consigliano di seguire la traccia dell’acquedotto dell’Acquanova, per contrada Pianazzo e Contrada Santa Maria. Poco dopo le Case Ribaldo si stacca a destra una vecchia mulattiera dal fondo roccioso che taglia in obliquo il versante nord ovest di Monte Dell’Uomo tra alberi e arbusti, e consente di raggiungere i pascoli di quota intorno a Rocca Fera. A circa metà salita è un abbeveratoio in pietra. Dai pascoli delle creste si prosegue verso Nord dove un sentiero a tornanti, percorre l’ultimo tratto, panoramico e suggestivo, fino alla cima. Altre vie d’accesso che ricalcano la storica frequentazione umana di questi rilievi partono da Sciara sul versante sud est dove una mulattiera raggiunge la contrada Sonatore e prosegue per sentiero tra i pizzi M. Pignatazzo, M. Presepio e M.S. Nicasio fino all’abbeveratoio sorgente di quota 950. Sui falsi piani sud orientali si prosegue alla falde di Monte dell’Uomo per riprendere l’ultimo tratto del percorso prima descritto. Da Contrada sonatore è possibile raggiungere anche la Rocca di Mezzogiorno, la cima più meridionale della catena.Un’altra mulattiera parte anora da Sciara e si mantiene sul versante orientale raggiungendo Portella del Lupo, tra il sito archeologico delle Mura Pregne e la cima del Monte San Calogero.

La vegetazione

Le pendici basse dei rilievi sono caratterizzate dalle coltivazioni di ulivo e di ortaggi, questi ultimi solo in quelle aree dove è possibile disporre di acqua sufficiente per l’irrigazione. Le colture hanno sostituito macchia e foresta mediterranea rappresentata oggi dalle espressioni impoverite della serie vegetazionale. Anche la vegetazione naturale dei versanti più in quota, querceti caducifogli e sempreverdi, è stata ridotta a poche, ma significative, superfici dalla secolare destinazione a pascolo dell’intero rilievo. In alcuni valloni e depressioni resistono lembi di copertura boschiva che consentono di fare una ricostruzione del paesaggio naturale e di stabilire un punto di equilibrio per un ipotetico processo di naturalizzazione. Versanti ben conservati dal punto di vista vegetazionale sono quelli molto acclivi con rocce affioranti dove domina il leccio. Particolarmente interessante per questo aspetto è il versante settentrionale dove sui conoidi di deiezione stabilizzati cresce una lecceta (Quercus ilex) cespugliosa mentre in parte lo stesso versante è occupato da un bosco artificiale a Pinus halepensis ed Eucalyptus sp.. Molto più in basso su suolo profondo, ricominciano frutteti e uliveti. Nei versanti meridionali e orientali il leccio è accompagnato da orniello (Fraxinus ornus), dall’Anagyrs phoetida, leguminosa cespugliosa perenne e da piante lianose che ritroviamo anche in altri ambienti come la Clematis cirrhosa (ranunculaceae), il Tamus communis (dioscoraceae), e la Smilax aspera, liliacea spinosa meglio nota come stracciabraghe. Poche le stazioni con querce caducifoglie del ciclo della roverella, concentrate in quota e dove la morfologia consente l’accumulo di un sufficiente spessore di suolo. Sono boschi molto radi, interessati ancora dal pascolo intensivo e appartenenti all’associazione vegetale Oleo-Quercetum virgilianae. Alla base dei versanti orientali e meridionali, su suolo interessato da locale copertura arenaceo silicea, alcuni autori segnalano la presenza di esemplari isolati di sughera sulle praterie di ampelodesma. Aspetti preforestali arbustivi o fruticeti, si riscontrano ben estesi su tutti i versanti del massiccio del San Calogero in quelle aree da tempo disboscate, ma oggi non più interessate dalle attività agricole. Queste superfici rappresentano il futuro della riserva perché una volta tutelate evolveranno in breve tempo negli stadi della serie vegetazionale di appartenenza creando i presupposti per il ritorno del bosco. Fruticeti più o meno complessi sono sui versanti della catena di rilievi di circa 1100 metri di quota che va dalla cima del San Calogero fino alla Rocca di Mezzogiorno, in contrada San Nicola, e sui versanti di Monte Rotondo. Insieme allo Spartium junceum e alla Calicotme infesta, (ginestra e ginestra spinosa), costituiscono lo strato arbustivo dei fruticeti anche il lentisco (Pistacea lentiscus) la Phillyrea sp., l’alaterno (Rahmnus alaternus), e ancora l’Anagyris phoetida. Importante elemento del paesaggio vegetale sono le piante rupestri: Dianthus rupicola (garofano a fioritura rosa ed estiva), Iberis semperflorens, Brassica rupestris, Scabiosa cretica, Euphorbia bivonae, Ceterach officinarum, piccola felce che cresce tra le fessure e Capparis spinosa (cappero). In ogni stagione queste piante si alternano in discrete fioriture. Splendidi sono anche i cespugli sferici dell’Euphorbia dendroides degli ambienti semirupestri (con una discreta quantità di suolo tra le rocce) che crescono localmente insieme all’Artemisia arborescens, pianta di solito di distribuzione limitata , ma che diviene molto abbondante in aree ruderali o interessate nel passato da movimenti di terra. Le rocce verticali o strapiombanti sono spesso magnificamente ammantate di edera.

La fauna

Tra gli uccelli stanziali è facile osservare in volo il falco pellegrino insieme alle specie rapaci più diffuse in Sicilia come le poiane e i gheppi. Segnalato anche il corvo imperiale, il passero solitario, lo Zigolo nero e solo di passaggio l’aquila reale. Tra le rocce in mezzo alle zone agricole è segnalata la nidificazione del barbagianni, rapace notturno dal piumaggio molto chiaro. Tra i migratori che frequentano il San Calogero in primavera e in autunno si annoverano gli “africani” rigogolo ed upupa oltre a balie e quaglie. Al suolo è possibile incontrare gli aculei dell’istrice, soprattutto in prossimità delle cavità e delle gallerie dove questi animali usano rimanere immobili durante il giorno. La pelle delle mute segnala la presenza dei serpenti e pare che nel territorio della riserva quasi tutti i rettili siciliani siano rappresentati. Ci sono sicuramente il gongilo, il biacco e la vipera. Le volpi un tempo potevano contare per la loro alimentazione onnivora e versatile anche su lepri e conigli, ma sembra che le prime siano divenute oggi molto rare. Interessante anche l’entomofauna, in primavera volano saltano e camminano numerosi coleotteri, ortotteri, imenotteri, lepidotteri, emitteri e odonati attratti dalla fioritura delle numerose piante erbacee ed arbustive. Gli insetti nutrono un grande numero di piccoli uccelli e di rettili. Tanti e fondamentali per la rete alimentare e per l’intero ecosisistema sono anche i piccoli roditori. Un uccello che da molti anni non è più stato avvistato da queste parti è il capovaccaio che cibandosi prevalentemente di animali morti è legato come il grifone all’abbondanza di erbivori selvatici pascolanti oppure ad un modello di pastorizia oggi in disuso, che lasciava sul territorio i resti degli animali morti. I pascoli di quota 400 s.l.m., del versante nord occidentale del Monte San Calogero, conservano ancora due toponimi: “Piano della Pernice” e “Vallone della Pernice” che ci riportano alle vicende di un altro uccello un tempo molto abbondante ed oggi quasi scomparso: L’Alectoris graeca, la coturnice, detta “pirnici” in dialetto siciliano. L’abbondanza regionale di questo uccello era legata al metodo tradizionale di coltivazione dei cereali che espandevano il territorio adatto all’alimentazione e alla riproduzione della specie. Con il cambio delle tecniche colturali del grano e soprattutto con l’uso estensivo di diserbanti e insetticidi è iniziato il suo l’inarrestabile declino. Una accorta politica di ripristino e recupero ambientale può consentire il parziale ritorno di questa o di altre specie un tempo presenti.

Le rocce

Il rilievo di Monte San Calogero è dominato da rocce carbonatiche i cui sedimenti si sono accumulati nel corso del mesozoico in un ambiente di bacino marino relativamente profondo, il cosiddetto Bacino Imerese. A parziale e localizzata copertura di queste rocce si riscontrano depositi molto più recenti, oligocenici, costutuita da arenarie silicee e argille del Flysch Numidico. Una curiosità geologica sono i cristalli di fluorite segnalati nella zona di Poggio Balate, la cui genesi è attribuita alla risalita di fluidi idrotermali.

La presenza dell’uomo

La tanto documentata storia della piana di Imera, teatro dello scontro tra il mondo greco e quello punico intorno al quarto secolo a. C., non poteva non investire anche i rilievi del San Calogero con tracce di presenza umana ancora più antiche e poco conosciute. Ad una piccola città indigena sono attribuiti da alcuni autori i resti di murature tuttora visibili in contrada Cortevecchia, sul versante Nord Est del Monte Castellaccio, caratterizzati da pietre calcaree scalpellate. I locali decantano con stupore la solidità di queste strutture. Impressionanti per la loro mole sono soprattutto le mura megalitiche, dette Mura Pregne. Di queste mura purtroppo non rimane che un breve tratto che chiude un passaggio tra due pareti di roccia. Il tratto è lungo venti metri, alto sette e largo quattro. Nelle vicinanze, all’ombra di carrubi secolari, troviamo una struttura a dolmen cui alcuni autori attribuiscono la funzione di sepolcro. E’ costituito da due grosse lastre di roccia basali disposte di taglio, una poggiata a tetto sulle prime due ed una quarta inclinata a chiudere il lato opposto all’ingresso. Tracce di vita preistorica furono trovate ancora nel versante orientale del monte all’interno della Grotta del Drago, non più esistente per l’attività estrattiva di una cava. Non è difficile comprendere la scelta di questo sito per un insediamento umano considerando le sorgenti d’acqua disponibili, i fertili versanti, i pascoli e la conformazione facilmente difendibile del territorio. Le stesse caratteristiche alimentano ancora oggi una attività agricola condotta a livello familiare. Nel recente passato sono state coltivate purtroppo anche cave di materiale lapideo che hanno cancellato per sempre importanti testimonianze archeologiche. Per preservare quello che rimane una vasta area del versante nord orientale di Monte San Calogero è posta oggi sotto vincolo archeologico. Per un lungo periodo di tempo tutto il versante orientale del rilievo è appartenuto in Feudo al Principe Notarbartolo di Sciara di cui ancora oggi è possibile leggere la sigla P.S. incisa sulle rocce lungo i confini. L’ultimo atto è l’istituzione della Riserva Naturale, evento importante che lascia ben sperare per una migliore tutela e valorizzazione del sito, per un freno all’edilizia invadente e ad altre aggressioni che non mancano di minacciare i notevoli pregi naturalistci, paesaggistici e culturali dell’area.

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Pubblicato da: artemisianet | agosto 25, 2011

Rocca di Cefalù

Promontorio calcareo sulla costa settentrionale della Sicilia alto m250, che domina l’abitato di Cefalù. Conserva i resti di una doppia linea di fortificazioni militari di varie epoche, i ruderi di un castello medioevale sulla cima e i resti di un edificio megalitico (costruito con enormi blocchi di roccia di forma poligonale) datato al V sec. a.C. La rocca è panoramica, ricca di flora rupestre mediterranea. Dominano due specie del genere Euphorbia, E.bivonae ed E.dendroides, la Scabiosa cretica, il Dianthus rupicola, oltre ad arbusti di Teucrium fruticans, Olea europea var. sylvestris. Sui pendii cresce la prateria ad Ampelodesmos mauritanicus interrotta da impianti forestali di Pinus halepensis. Unico accesso agevole alla sommità e un sentiero a tornanti sul versante occidentale, da Piazza Spinuzza di Cefalù. E’ possibile, superata la seconda cerchia di mura, compiere il periplo del promontorio, sempre su comodo sentiero. Ci si può affacciare sull’abitato di Cefalù ed è il miglior punto di osservazione per notare l’impianto urbano di tipo “ippodameo”, con decumani perpendicolari alla costa ed al corso principale. si può osservare dall’alto anche il duomo e da qui risultano più evidenti le oscillazioni progettuali di un cantiere rimasto aperto per oltre un secolo.

Pubblicato da: artemisianet | agosto 25, 2011

Vallone Madonna degli Angeli (Madonie)

Vallone Madonna degli Angeli

il Vallone Madonna Degli Angeli

Vallone Madonna degli Angeli (visto da occidente)

Il Vallone Madonna degli Angeli si trova sul versante sud-occidentale delle Madonie, tra le pendici settentrionali di Monte Scalone e quelle merdionali di Monte Quacella. E’ raggiungibile con la strada che collega Polizzi Generosa e Portella Colla con accesso dall’area forestale di Piano Noce. E’ una valle di notevole interesse naturalistico per l’intreccio di litologie, condizioni microclimatiche e associazioni vegetali. La valle è anche un confine litologico tra carbonati mesozoici e arenarie arcosiche oligoceniche e intersezione di areale tra lecceta e faggeta, quest’ultima comprendente anche gli ultimi esemplari di abete bianco siciliano (Abies nebrodensis).

La normale successione di fasce vegetazionali, che prevede che il leccio e i querceti cedano il posto ai faggi al di sopra di un intorno dei 1400 metri di quota, sembra solo apparentemente fare eccezione nel Vallone Madonna degli Angeli dove si osserva il leccio (Quercus ilex) spingersi fino a 1800 metri sul versante meridionale della Quacella (a sinistra nella foto), mentre in alcuni punti del fondovalle, posti al di sotto dei 1500, il faggio (Fagus sylvatica) cresce al suo fianco. L’anomalia è solo apparente perché a giocare un ruolo importante in questo contesto è l’esposizione. Il leccio, pianta termofila, riesce a spingersi in quota sul versante meridionale della Quacella, che oltre ad essere molto “caldo” per l’esposizione a sud, è anche ripido e ben drenato tanto da risultare sufficientemente arido dalla tarda primavera all’autunno. Il suolo è scarso ed in forte pendenza e il substrato della Quacella è roccia dolomitica fratturata. Per un ambiente con queste caratterisiche la specie forestale che ha sviluppato i migliori adattamenti è proprio il leccio. Il versante opposto, esposto a nordovest e di natura arenacea, è invece dominato dal faggio anche a quota m1300.

Se si osserva attentamente, la fascia in cui il lecceto cresce a fianco del faggio è esposta orientativamente ad ovest, proprio lungo transizione tra i due versanti della valle che hanno opposta esposizione.

Nel vallone Madonna degli Angeli e sui rilievi limitrofi, dove cresce la faggeta, incontriamo anche, relitto, l’Abies nebrodensis. L’abete fa comunemente parte dell’associazione vegetale faggio e abete, molto diffusa nell’Appennino. Splendidi esempi sono le Foreste Casentinesi e l’Abetina Reale del Parco del Gigante. In condizioni naturali l’abete in Italia (Abies alba) non forma boschi puri, ma cresce in ordine sparso all’interno della faggeta. La stessa situazione che oggi ritroviamo qui puntiforme doveva presentarsi diffusa sui rilievi siciliani nei periodi freschi del quaternario.

Sul gruppo degli ultimi ventidue esemplari di abete, che crescono su suolo arcosico (arenarie con quarzo feldspato e miche) insieme al faggio, è stata istituita in Sicilia la specie Abies nebrodensis, considerato un neoendemismo come l’Abies pinsapo in spagna e l’Abies cephalonica in Grecia e l’Abies numidica in Algeria. L’Abete dei Nebrodi ha iniziato la sua differenziazione dalla specie madre antenata delle specie odierne per isolamento geografico presumibilmente solo dopo le ultime fasi fredde del pleistocene. Il tempo trascorso è troppo breve per una speciazione (nascita di una nuova specie) compiuta e infatti A. nebrodensis si distingue poco da A. alba. Le differenze di dimensioni e l’aspetto esterno sono prevalentemente risposte fenotipiche (di interazione tra i geni e l’ambiente) alla maggiore aridità e alla povertà del suolo in cui crescono (pietraie).

Gli esemplari attualmente presenti sulle Madonie sono proprio quelli che furono considerati inutilizzabili a causa del loro modesto sviluppo. Sono riusciti comunque lentamente a crescere e a produrre coni. S

Straordinario e insolito del vallone Madonna degli Angeli è un punto della valle dove vivono fianco a fianco leccio, faggio e abete. Ilpunto si trova lungo il sentiero per Monte Scalone, nella zona di transizione tra versanti diversamente esposti dove uno strato sottile di arenarie copre i carbonati mesozoici.

Il versante occidentale della Quacella è un anfiteatro di dolomie caratterizzato da ripidi versanti franosi, ghiaioni e conoidi, ricco di flora endemica di brecciaio e rupestre.

Cliccando sull’immagine sotto si ottiene una versione ingrandita della stessa. Si nota il versante esposto a nord, a destra della foto, dominato dalla faggeta, mentre quello opposto dalla lecceta. Tra gli alberi verde scuro e conici sono da individuare gli Abies nebrodensis

il Vallone Madonna Degli Angeli

clicca per ingrandire

Pubblicato da: artemisianet | agosto 25, 2011

Piano Pomo, Madonie, Massiccio del Carbonara

agrifogli di Piano Pomo

Agrifogli giganti di Piano Pomo

Piano Pomo è una valle di forma particolare, assimilabile ad un terrazzo depresso in contropendenza, una conca chiusa ad occidente ed esposta ad oriente. La pendice di sud ovest, esposta quindi a nord est è coperta di faggio, il Fagus sylvatica, mentre la pendice esposta a sud-est è coperta di quercia della specie Quercus petreae. Tra queste due pendici, così diversamente alberate, troviamo un boschetto particolarissimo e unico, un bosco di agrifogli, Ilex acuifolium.
Piano Pomo si apre a m1400 sul versante nordorientale del massiccio del Carbonara, il versante di Castelbuono. Questa porzione delle Madonie presenta un substrato in parte siliceo, arenarie quarzose dell’Oligocene, in parte carbonatico, carbonati mesozoici di piattaforma. Il versante presenta alcune associazioni vegetali che si alternano nello spazio di poche decine di metri a parità di altezza sul livello del mare e di substrato, nel nostro caso si alterna il bosco di rovere e la faggeta.
In un versante generalmente esposto a nordest ogni valle o impluvio crea una pendice esposta a nord ed una a sud-est. Le ondulazioni vallive determinano una alternanza di esposizioni nord e sudest, con tutte le transizioni possibili. Con un angolo di esposizione diverso, anche di poche decine di gradi, si ha una variazione spesso drastica, dell’associazione vegetale. Il fattore che cambia significativamente con l’esposizione è il tempo di insolazione. Una maggiore o minore durata dell’insolazione ha diretta influenza sull’umidità del suolo e sulla traspirazione. Basta una piccola variazione di umidità media annua perchè cambi la lista di specie botaniche che in quel punto trovano il loro optimum climatico. Vi sono specie molto sensibili alle variazioni dei parametri ambientali ed altre che sono tolleranti e poco sensibili. Queste ultime le troviamo quasi indifferentemente al variare dell’esposizione, dentro associazioni vegetali diverse. Il Fagus sylvatica a questa quota cresce quasi esclusivamente su pendici esposte a settentrione nelle quali l’evaporazione è ridotta dalle ridotte ore di esposizione al sole. Il faggio è infatti pianta sciafila che ama l’umidità, ma non tollera, l’eccessiva siccità dei versanti meridionali. La rovere, Quercus petreae, non è molto diffusa in Sicilia, perchè le condizioni climatiche che le sono congeniali non sono molto diffuse nel meridione, nonostante resista molto meglio del faggio alla siccità. Da noi cresce su suolo siliceo ben drenato, sciolto e sabbioso, ma solo al di sopra dei 1300 metri di altitudine. In Italia centro-settentrionale questa specie occuperebbe il piano collinare e montano inferiore (300-1100 m), ma i boschi di rovere sono stati quasi completamente distrutti dall’antropizzazione. Il suo areale comprende l’Europa occidentale e centromeridionale. L’agrifoglio, Ilex acuifolium cresce in Sicilia tra i 1200 e i 1500 metri di quota. prevalentemente, ma non esclusivamente, sui versanti settentrionali. Gli Agrifogli di Piano Pomo sono una cinquantina di annose piante che formano un boschetto puro. Il bosco di agrifogli doveva essere diffuso in Europa nel Terziario, prima delle glaciazioni pleistoceniche. Si tratta quindi di un paesaggio fossile che eccezionalmente è ancora possibile osservare. A 1400 metri di altitudine in una valle in contropendenza, dal suolo siliceo e profondo, questi esemplari hanno trovato il loro optimum climatico raggiungendo dimensioni ragguardevoli. La pianta più vecchia ha circa 900 anni.

Pubblicato da: artemisianet | agosto 25, 2011

Monte Misciotto

dolina di Monte Misciotto

foto di G. Ippolito

Il Monte Misciotto è un rilievo tabulare costituito interamente da strati di gesso in cristalli centimetrici trasparenti detti “selenitici”, alternati a strati molto sottili di argilla. Si trova a sud di Caccamo in provincia di Palermo. Il punto più alto è il Cozzo Balatelli, m774. Il piano sommitale, delimitato da pareti verticali ad ovest ed a nord, digrada verso sud-est costellato di ampie doline circolari dal fondo argilloso. Due di queste presentano evidente inghiottitoio. Il piano, dove coperto di suolo lavorabile, e al fondo delle doline, è destinato ancora alla coltura di cereali, ma di recente è stata è stata sviluppata una rete di larghissime sterrate al fine di installare, nell’immediato futuro, alcune “pale eoliche”, con irrimediabile consumo di territorio: suolo agricolo e pascolo, e danno al paesaggio. Qualche anno fa è stata anche aperta una cava a sud della punta Misciotto, m740. L’area ricorre in letteratura scientifica, insieme alle vicine Serre di Ciminna, per alcune descrizioni riguardanti il fenomeno carsico, superficiale e profondo sui gessi siciliani. Le doline sono depressioni sub circolari chiuse che si originano per dissoluzione del gesso e sprofondamento della copertura insolubile, ma permeabile. I punti di assorbimento dell’acqua possono essere non visibili, coperti da uno strato detritico permeabile, o evidenti in forma di inghiottitoi. La valle del Fiume San Leonardo separa questo rilievo dalle Serre di Ciminna e Capezzana, anch’esse costituite da gessi selenitici, ma il Monte Misciotto è l’unico che espone a nord buona parte delle sue pareti verticali. L’esposizione a nord, più fresca, consente la crescita in parete di alcuni lecci (Quercus ilex) isolati in forma arbustiva. La maggior parte delle orchidee dei generi Ophrys e Orchis è in piena fioritura nel mese di aprile, si possono osservare facilmente: Orchis italica, Ophrys fusca, Ophrys lutea, Ophrys tenthredinifera, Ophrys bombyliflora, Ophrys bertolonii. Direttamente tra i cristalli di gesso e su pochissimo suolo, crescono praticelli effimeri con varie specie di piante dalle foglie succulente appartenenti al genere Sedum: il Sedum caeruleum dal tipico colore rosso delle foglie e fioritura azzurra, il Sedum ochroleucum, con foglioline disposte in forma tendenzialmente spirale, ed il Sedum gypsicola, dai rametti contorti. Su suolo poco più abbondante crescono cespugli di Asphodelus microcarpus e varie Apiaceae. Dove si accumula suolo sufficiente, tra le rocce, crescono cespugli semisferici di Euphorbia dendroides, Artemisia arborescens e Teucrium fruticans. Limitata dalle colture è la prateria ad Ampelodesmos mauritanicus, graminacea perenne cespugliosa nota ai siciliani come “ddisa“, accompagnata da, Calicotome infesta, Spartium junceum e Teucrium fruticans. Nei pressi della punta Misciotto cresce anche una popolazione di Erica multiflora di discreto sviluppo. Per quanto riguarda la fauna si trovano frequenti le tracce di scavo e gli aculei dell’istrice: Histrix cristata. E’ un grosso roditore dall’areale africano e mediterraneo, con abitudini notturne, che scava alla ricerca di radici e bulbi. Tra le chiocciole che si possono osservare tra i praticelli effimeri, sugli affioramenti di gesso è la Sphincrterochila candidissima, una chiocciola candida considerata “aliena” perchè appare identica alle popolazioni nordafricane. Se fosse una popolazione autoctona, pensano gli esperti, un cosi lungo tempo di isolamento geografico della Sicilia dal Nordafrica, avrebbe dovuto portare necessariamente ad una speciazione (la nascita di una uova specie). Si pensa quindi sia stato l’uomo, in tempi storici, ad introdurre questa chiocciola in Sicilia. Dai nicchi vuoti delle chiocciole, di questa e di altre specie, sta per involarsi la nuova generazione di Rhodanthidium sticticum, ape solitaria (Megachilidae) che usa spesso i gusci vuoti delle chiocciole per costruire un nido pedotrofico (dal greco paidos=bambino e trofos=nutrimento) dove deporre l’uovo insieme ad una quantità sufficiente di nutrimento. La lista di molluschi polmonati del Misciotto comprende anche Mastus pupa, Cernuella virgata, Helix aperta ed Eobania vermiculata.

Pubblicato da: artemisianet | agosto 25, 2011

Punta di Castelluzzo

Punta di Castelluzzo (m 1162), Monti Nebrodi, Valle dell’Alcantara

Punta di Castelluzzo

cresta della Punta di Castelluzzo

Un percorso panoramico collega i paesi di Malvagna e Roccella Valdemone e si snoda in buona parte su sentiero di cresta soleggiata attraversando i rilievi allineati est-ovest di Serro la Castagna (m1032), Serro Valle Scuri e Punta di Castelluzzo (m1162). A nord ci sono i querceti caducifoglie della Contrada dei Pittari, una valle boscosa chiusa da ogni parte da rilievi che superano i mille metri e i castagneti di Piano Daniele. A sud, oltre l’ampia valle dell’Alcantara, c’è il versante settentrionale dell’Etna dalla cima innevata fino a tarda primavera.

Il primo tratto del percorso offre la vista sull’abitato di Malvagna e sul vicino Monte Moio, un cratere di scorie formatosi in epoca preistorica con attività esplosiva e oggi terrazzato per l’uso agricolo dei suoi versanti fino al recente passato.

il cratere di Mojo

Monte Mojo

Un tempo si riteneva che le lave fuoriuscite da questo cratere, dopo aver percorso tutta la valle del fiume Alcantara, avessero formato anche la penisola di Capo Schisò a sud di Taormina, nota per essere la lingua di terra su cui i Greci fondarono Naxos, la loro prima colonia in Sicilia. Oggi, dopo un più attento studio petrografico, si attribuiscono al vulcano Moio soltanto le ceneri e i lapilli di cui il cono stesso è costituito e scarse colate basaltiche. Il cratere poggia su rocce sedimentarie, argille che in alternanza con arenarie e conglomerati compongono anche la successione del rilievo di Punta di Castelluzzo.

terrazzi artificiali sui rilievi intorno Mojo Alcantara

Terrazzi artificiali sopra il paese di Mojo Alcantara

I conglomerati e le arenarie contengono evidenti clasti più o meno arrotondati di rocce ignee e metamorfiche, residuo risedimentato dello smantellamento di antichissimi rilievi granitici non più esistenti. Questi clasti sono considerati tra le rocce più antiche affioranti in Sicilia.

Il paesaggio antropico delle basse pendici di questo rilievo è dominato da terrazzi artificiali, una costante del paesaggio dei monti Nebrodi orientali e dei Peloritani. Il versante, scolpito a gradoni e sostenuto da muretti a secco, consente di ottenere strisce pianeggianti coltivabili sui versanti ripidi, rallenta la perdita di suolo fertile conseguente all’eliminazione della vegetazione naturale. Oggi le colture sono in parte abbandonate, ma i terrazzi ci sono ancora.

Cresta della Punta di Castelluzzo

la cresta vista da ovest

Salendo di quota i terrazzi cedono il posto ad un marcato sentieramento delle ripide pendici del rilievo effetto dei continui movimenti degli animali pascolanti, soprattutto greggi di pecore.

sentieramento da pascolo

Effetti del sentieramento da pascolo

Sul sentiero, accesso storico ai terrazzi ed ai pascoli sommitali, sono stagionalmente in attività diversi esemplari maschi del coleottero nero lucido dalle elitre striate, conosciuto con il nome di minotauro tifeo (Typhoeus typhoeus) la cui etologia è descritta in forma ottocentesca, elegante e letteraria, dal grande naturalista francese J. Henry Fabre. Questo insetto appartiene alla famiglia Geotrupidae e trae nutrimento da escrementi di ovini e lagomorfi. La femmina scava un profondo nido detto pedotrofico nel terreno, mentre il maschio porta fuori la terra dello scavo e procura il cibo per la coppia e per costituire la provvista per la larva. Si incontrano anche gli scarabei Scarabaeus variolosus che riciclano i più cospicui escrementi delle mucche sia per nutrirsi sia per costruire la nota pallina di letame, scorta di cibo per la prole da sotterrare insieme all’uovo. L’importanza ecologica di questa attività è spesso sottostimata, ma il lavoro dei coprofagi, che consiste nell’interrare grandi quantità di sterco, consente di mantenere il pascolo agli erbivori. In Australia dopo l’introduzione dei bovini, si è dovuto procedere all’introduzione di coleotteri detritivori di origine africana in grado di eliminarne le feci. I detritivori indigeni non erano infatti in grado di smaltirle e rimanevano li, con grave perdita annuale di superficie effettiva di pascolo.

Su un suolo siliceo come questo, le associazioni vegetali si caratterizzano per la presenza di piante dette calcifughe, non perché non riescano a crescere su suolo calcareo, ma perché su suolo siliceo prevalgono più facilmente sulle piante concorrenti.

Il maestoso querceto del versante settentrionale appartiene quindi alla suballeanza (insieme di associazioni vegetali in fitosociologia) Quercenion dalechampii descritta da Brullo nel 1984 e caratterizzata dalla compresenza di diverse querce caducifoglie del ciclo della roverella. Il bosco in alcune aree è sostituito dal castagneto o dal noccioleto ed ampi tratti un tempo coltivati sono in via di naturalizzazione e coperti dagli arbusti che preludono al ritorno del bosco. Intorno al rudere del castelluzzo fioriscono in tarda primavera numerosi esemplari di candela del re (Verbascum sp.) pianta biennale che riesce a portare avanti la fioritura su un lungo racemo anche quando tutte le piante erbacee intorno iniziano a disidratarsi per l’avanzare della stagione. Sui versanti pascolati all’inizio dell’autunno fiorisce una orchidea piuttosto poco frequente: la Spiranthes spiralis (L.) Chevall., 1827.

Nelle radure del bosco e nelle aree sommitali spesso è dominante la felce aquilina (Pteridium aquilinum). Il versante meridionale, con vista sull’Etna e sull’ampia Valle del fiume Alcantata, è arido e pascolato, con pochi alberi sparsi, in genere peri selvatici e pochi lecci sulle rocce, ma il suolo è ricoperto da cespugli che alternano, in primavera, vistose fioriture gialle o bianche. Dominano euforbia (Euphorbia rigida), asfodelo (Asphodelus aestivus), ferula (Ferula communis), ginestra (Spartium junceum) e cisto (Cistus salvifolius). In basso si aggiungono altre piante termofile: il salvione giallo (Phlomis fruticosa), l’artemisia (Artemisia arborescens), il legno puzzo (Anagirys foetida) e ancora il pero selvatico (Pyrus amygdaliformis). Si incontra anche una iridacea detta bellavedova o dito di Hermes (Hermodactylus tuberosus).

La discesa a Roccella Valdemone attraversa i castagneti, i noccioleti e i boschi del fresco versante settentrionale, guada il Torrente Roccella e giunge alla base della “rocca”, lo sperone di roccia grigia, di calcari mesozoici, che da il nome al paese.

Roccella Valdemone

vista su Roccella Valdemone

Scheda tecnica.
Il percorso è descritto come una traversata, il punto di partenza è Malvagna (706m s.l.m.), punto di arrivo Roccella Valdemone (796m s.l.m.).

Descrizione: Si inizia a piedi dall’ampio spiazzo antistante il Cimitero di Malvagna. Dall’angolo NO parte uno stretto sentiero tra gli arbusti che procede inizialmente a fianco di un filo spinato. Il sentiero porta in cresta e poi procede su questa fino al rudere del “castelluccio”(1162m s.l.m.). La discesa è per sterrata e sentiero per il versante settentrionale. Si attraversa un castagneto, si guada il torrente Roccella e si prosegue a sinistra per Roccella Valdemone.

Dislivello: m450
Tempo di cammino: circa 3,30 ore
Lunghezza del Percorso: km7 circa
Informazioni: artemisianet @ tin.it

Pubblicato da: artemisianet | agosto 5, 2011

Viaggi

Viaggi escursionistici di Artemisa per l’anno 2012, a breve il calendario definitivo ed i dettagli.

Monti Aurunci Lazio

Alpe Veglia Devero Piemonte

Creta Lefka Ori Creta centrale ed occidentale

Via Licia (Turchia) Turchia mediterranea

Corsica Area di Bavella, Corte, Bonifacio e Filitosa

Rila e Pirin Bulgaria Parchi naturali della bulgaria

Epiro montagne greche

Casamanche Senegal  Area fluviale africana.

La particolarità dei viaggi di Artemisia è la conduzione da parte di guide esperte ed appassionate di scienze naturali in grado di fornire informazioni su flora, fauna e geologia dei territori percorsi.

www.artemisianet.it

Turchia

Pubblicato da: artemisianet | novembre 16, 2010

Programma Artemisia 2011

Programma Artemisia 2011 (2°parte) Artemisia. Tenersi aggiornati tramite il sito: www.artemisianet.it

LUGLIO
3  Pizzo  Antenna  Piccola  (Madonie).   Dalla   Fontana   del Faggio alla cima tra roccia e boschetti.

9  (Sabato)  Notturna   all’Eremo   San   Felice.  Suggestiva escursione   pomeridiana   e   serale   sui   Monti   di   Trabia (Pa)(possibilità di pernottamento).

10  Discesa   anfibia   del  Torrente   Vicaretto  (Madonie).  Lungo   percorso   sul   letto irregolare del torrente che comporta anche numerosi guadi e brevi nuotate.

16–17 Alte Madonie Escursioni in faggeta con cena e pernottamento in rifugio.

24 Passeggiata di interesse geologico a Punta Cala Bianca (Castellammare).

30-­31 Scala dei Turchi, bianca scogliera pliocenica, e Spiaggia di Torre Salsa – Passeggiata lungo una delle più belle spiagge della Sicilia

AGOSTO
Per il mese di agosto si organizzerà un breve viaggio in Aspromonte in  occasione della manifestazione di musica grecanica Paleritza (la cui data è ancora incerta) ed   una   escursione  notturna.  Inoltre  sono  previsti  alcuni  viaggi­-sopralluogo  in altre isole mediterranee. Per i dettagli si rimanda alla pubblicazione sul sito o al contatto con le guide.

SETTEMBRE
4­5 Bosco Tassita Fresche faggete dei Nebrodi con pernottamento.

11  Cala   Firriato  Splendida   piscina   naturale   al   termine   di   un   sentiero   che
attraversa un’ombrosa lecceta, …quasi come al Supramonte.

17­-18  viaggio alle Isole Eolie: Lipari, Salina e Vulcano. Relax e vulcanismo

25 Nel Mare di Terra. Resuttano, passeggiate sui rilievi di corallo, accoglienza e bio­danza presso gli amici del Feudo Tudia.

OTTOBRE
2 Monte Castelli Escursione panoramica sullo spartiacque dei Nebrodi

9 Pizzo Sant’Angelo Rilievo arenaceo e boscoso ai confini orientali delle Madonie

16  Sabbucina  e  Museo  Archeologico   Caltanissetta.  Archeologia   greco­sicula   in provincia di Caltanissetta.

23  Pizzo   Di   Casa.  Escursione   al  confine  orientale  del   Bosco  …di   Bifarera (Mezzojuso).

30/10  2/11  Monasteri   basiliani.  Viaggio  suggestivo  e   peloritano  nel   medioevo
siciliano.

NOVEMBRE
6  Traversata  Burgio­Bivona  passando   per   il   Bosco   di   Rifesi,  con   querce
monumentali, e falde di M. delle Rose (possibilità di pernottamento).

13  Acque calde di Alcamo e Bosco di Scorace.  Piacevole passeggiata sui rilievi
del trapanese e bagno caldo.

20 Raddusa e Morgantina Museo del Te e visita al sito archeologico.

27 Monte Cammarata. Il tetto dei Monti Sicani.

DICEMBRE
4  Sito   archeologico  di  Halesa  ed   escursione   al  Monte   Tardara.  Archeologia   ed escursione tra Tusa e San Mauro Castelverde.

11 Poggio Balate Località nel territorio di Termini Imerese interessante per gli affioramenti di fluorite.

18  Circumetnea  2011.  Viaggio   invernale   ai   piedi   del   Vulcano   Etna.   Tra   paesi, limoneti e coni avventizi.

30/12 – 5/1 Viaggio di capodanno in Umbria.

Artemisia,   società   cooperativa   a   r.l.   per   il   turismo   sostenibile   e l’educazione   ambientale.   Via   Serradifalco,   119   ­   90145   Palermo.  Tel.091/6824488; 340/3380245 E­mail: artemisianet @ tin.it

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