Pubblicato da: artemisianet | agosto 25, 2011

Punta di Castelluzzo

Punta di Castelluzzo (m 1162), Monti Nebrodi, Valle dell’Alcantara

Punta di Castelluzzo

cresta della Punta di Castelluzzo

Un percorso panoramico collega i paesi di Malvagna e Roccella Valdemone e si snoda in buona parte su sentiero di cresta soleggiata attraversando i rilievi allineati est-ovest di Serro la Castagna (m1032), Serro Valle Scuri e Punta di Castelluzzo (m1162). A nord ci sono i querceti caducifoglie della Contrada dei Pittari, una valle boscosa chiusa da ogni parte da rilievi che superano i mille metri e i castagneti di Piano Daniele. A sud, oltre l’ampia valle dell’Alcantara, c’è il versante settentrionale dell’Etna dalla cima innevata fino a tarda primavera.

Il primo tratto del percorso offre la vista sull’abitato di Malvagna e sul vicino Monte Moio, un cratere di scorie formatosi in epoca preistorica con attività esplosiva e oggi terrazzato per l’uso agricolo dei suoi versanti fino al recente passato.

il cratere di Mojo

Monte Mojo

Un tempo si riteneva che le lave fuoriuscite da questo cratere, dopo aver percorso tutta la valle del fiume Alcantara, avessero formato anche la penisola di Capo Schisò a sud di Taormina, nota per essere la lingua di terra su cui i Greci fondarono Naxos, la loro prima colonia in Sicilia. Oggi, dopo un più attento studio petrografico, si attribuiscono al vulcano Moio soltanto le ceneri e i lapilli di cui il cono stesso è costituito e scarse colate basaltiche. Il cratere poggia su rocce sedimentarie, argille che in alternanza con arenarie e conglomerati compongono anche la successione del rilievo di Punta di Castelluzzo.

terrazzi artificiali sui rilievi intorno Mojo Alcantara

Terrazzi artificiali sopra il paese di Mojo Alcantara

I conglomerati e le arenarie contengono evidenti clasti più o meno arrotondati di rocce ignee e metamorfiche, residuo risedimentato dello smantellamento di antichissimi rilievi granitici non più esistenti. Questi clasti sono considerati tra le rocce più antiche affioranti in Sicilia.

Il paesaggio antropico delle basse pendici di questo rilievo è dominato da terrazzi artificiali, una costante del paesaggio dei monti Nebrodi orientali e dei Peloritani. Il versante, scolpito a gradoni e sostenuto da muretti a secco, consente di ottenere strisce pianeggianti coltivabili sui versanti ripidi, rallenta la perdita di suolo fertile conseguente all’eliminazione della vegetazione naturale. Oggi le colture sono in parte abbandonate, ma i terrazzi ci sono ancora.

Cresta della Punta di Castelluzzo

la cresta vista da ovest

Salendo di quota i terrazzi cedono il posto ad un marcato sentieramento delle ripide pendici del rilievo effetto dei continui movimenti degli animali pascolanti, soprattutto greggi di pecore.

sentieramento da pascolo

Effetti del sentieramento da pascolo

Sul sentiero, accesso storico ai terrazzi ed ai pascoli sommitali, sono stagionalmente in attività diversi esemplari maschi del coleottero nero lucido dalle elitre striate, conosciuto con il nome di minotauro tifeo (Typhoeus typhoeus) la cui etologia è descritta in forma ottocentesca, elegante e letteraria, dal grande naturalista francese J. Henry Fabre. Questo insetto appartiene alla famiglia Geotrupidae e trae nutrimento da escrementi di ovini e lagomorfi. La femmina scava un profondo nido detto pedotrofico nel terreno, mentre il maschio porta fuori la terra dello scavo e procura il cibo per la coppia e per costituire la provvista per la larva. Si incontrano anche gli scarabei Scarabaeus variolosus che riciclano i più cospicui escrementi delle mucche sia per nutrirsi sia per costruire la nota pallina di letame, scorta di cibo per la prole da sotterrare insieme all’uovo. L’importanza ecologica di questa attività è spesso sottostimata, ma il lavoro dei coprofagi, che consiste nell’interrare grandi quantità di sterco, consente di mantenere il pascolo agli erbivori. In Australia dopo l’introduzione dei bovini, si è dovuto procedere all’introduzione di coleotteri detritivori di origine africana in grado di eliminarne le feci. I detritivori indigeni non erano infatti in grado di smaltirle e rimanevano li, con grave perdita annuale di superficie effettiva di pascolo.

Su un suolo siliceo come questo, le associazioni vegetali si caratterizzano per la presenza di piante dette calcifughe, non perché non riescano a crescere su suolo calcareo, ma perché su suolo siliceo prevalgono più facilmente sulle piante concorrenti.

Il maestoso querceto del versante settentrionale appartiene quindi alla suballeanza (insieme di associazioni vegetali in fitosociologia) Quercenion dalechampii descritta da Brullo nel 1984 e caratterizzata dalla compresenza di diverse querce caducifoglie del ciclo della roverella. Il bosco in alcune aree è sostituito dal castagneto o dal noccioleto ed ampi tratti un tempo coltivati sono in via di naturalizzazione e coperti dagli arbusti che preludono al ritorno del bosco. Intorno al rudere del castelluzzo fioriscono in tarda primavera numerosi esemplari di candela del re (Verbascum sp.) pianta biennale che riesce a portare avanti la fioritura su un lungo racemo anche quando tutte le piante erbacee intorno iniziano a disidratarsi per l’avanzare della stagione. Sui versanti pascolati all’inizio dell’autunno fiorisce una orchidea piuttosto poco frequente: la Spiranthes spiralis (L.) Chevall., 1827.

Nelle radure del bosco e nelle aree sommitali spesso è dominante la felce aquilina (Pteridium aquilinum). Il versante meridionale, con vista sull’Etna e sull’ampia Valle del fiume Alcantata, è arido e pascolato, con pochi alberi sparsi, in genere peri selvatici e pochi lecci sulle rocce, ma il suolo è ricoperto da cespugli che alternano, in primavera, vistose fioriture gialle o bianche. Dominano euforbia (Euphorbia rigida), asfodelo (Asphodelus aestivus), ferula (Ferula communis), ginestra (Spartium junceum) e cisto (Cistus salvifolius). In basso si aggiungono altre piante termofile: il salvione giallo (Phlomis fruticosa), l’artemisia (Artemisia arborescens), il legno puzzo (Anagirys foetida) e ancora il pero selvatico (Pyrus amygdaliformis). Si incontra anche una iridacea detta bellavedova o dito di Hermes (Hermodactylus tuberosus).

La discesa a Roccella Valdemone attraversa i castagneti, i noccioleti e i boschi del fresco versante settentrionale, guada il Torrente Roccella e giunge alla base della “rocca”, lo sperone di roccia grigia, di calcari mesozoici, che da il nome al paese.

Roccella Valdemone

vista su Roccella Valdemone

Scheda tecnica.
Il percorso è descritto come una traversata, il punto di partenza è Malvagna (706m s.l.m.), punto di arrivo Roccella Valdemone (796m s.l.m.).

Descrizione: Si inizia a piedi dall’ampio spiazzo antistante il Cimitero di Malvagna. Dall’angolo NO parte uno stretto sentiero tra gli arbusti che procede inizialmente a fianco di un filo spinato. Il sentiero porta in cresta e poi procede su questa fino al rudere del “castelluccio”(1162m s.l.m.). La discesa è per sterrata e sentiero per il versante settentrionale. Si attraversa un castagneto, si guada il torrente Roccella e si prosegue a sinistra per Roccella Valdemone.

Dislivello: m450
Tempo di cammino: circa 3,30 ore
Lunghezza del Percorso: km7 circa
Informazioni: artemisianet @ tin.it


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